IL CUN DELLA COMMISSIONE CULTURA DEL SENATO
CONFERMATO IL CUN DELLE MICRO-AREE ACCADEMICHE
MANTENUTO IL PRIVILEGIO FEUDALE DEI RETTORI NELLA GESTIONE DELLA DISCIPLINA
1. Aumentata la rappresentanza ‘non accademica’, ma confermato il CUN delle sottocorporazioni accademiche
2. Composizione accademica del CUN blindata per evitare la guerra nei ‘piani alti’ dell’accademia
3. Un invito e una proposta a tutta la Comunità universitaria
Nella seduta del 22 luglio 2026 la Commissione Cultura del Senato ha discusso e ha votato gli emendamenti al DDL 1890 sulla ‘riforma’ del CUN (v. resoconti della prima e seconda parte della seduta).
Il seguito dell’esame del DDL da parte della Commissione è previsto per il 29 luglio 2026.
Il provvedimento sarà poi discusso e votato dall’Aula del Senato, per passare all’esame della Camera.
1. Aumentata la rappresentanza ‘non accademica’, ma confermato il CUN delle sottocorporazioni accademiche
Il Relatore del DDL governativo ha riformulato il suo emendamento 1.100 (approvato all’unanimità) che porta da 3 a 5 i rappresentati degli studenti e aggiunge un rappresentante dei dottorandi e un rappresentante degli specializzandi, ma nessuno dei precari.
Per quanto riguarda i poteri e la composizione della rappresentanza accademica, il Governo ha mantenuto il testo del DDL e PD e AVS non hanno ritirato e nemmeno hanno modificato i loro emendamenti che, come il DDL governativo, ripropongono il CUN delle micro-corporazioni accademiche (nota 1).
Per quanto riguarda la disciplina il Governo e PD-AVS vogliono mantenere il ruolo esclusivo dei rettori nella iniziativa disciplinare. Mentre il Governo vuole mantenere i Collegi disciplinari a livello locale, PD e AVS vogliono introdurre un Collegio di disciplina nazionale ‘consegnato’ di fatto agli ordinari (nota 2).
Nota 1. Maggioranza e PD-AVS, per accontentare chi vuole conservare il consolidato assetto di potere accademico sub-corporativo, vogliono mantenere un CUN ancora frammentato in 14 aree, che rimane un Organismo che non può (non deve) rappresentare e governare il Sistema nazionale universitario.
Nota 2. Mentre il DDL governativo conserva i Consigli di disciplina locali e il potere dei rettori, PD e AVS,a livello locale, voglionomantenere il potere dei rettori e, a livello nazionale, vogliono fare gestire la ‘giustizia’ alla casta degli ordinari, con una composizione del ‘nuovo’ Collegio nazionale (3 ordinari, 1 associato e 1 ricercatore) perfino più oligarchica di quella prevista in tanti Statuti di Ateneo.
2. Composizione accademica del CUN blindata per evitare la guerra nei ‘piani alti’ dell’accademia
Chi domina sull’Università dal 1998 (Legge Berlinguer-Ruberti) ha sempre curato i dettagli delle norme ‘tradotte’ in legge dai vari Governi a dai vari Parlamenti.
IL ‘NUOVO’ CUN
Nel caso della ‘riforma’ del CUN, va evidenziato che Governo (articolo 1, comma 1, del DDL) e PD-AVS (emendamenti 1.4, 1.5 e 1.6) prevedono che nel ‘nuovo’ CUN vi siano rappresentanti dei «professori e ricercatori universitari eletti in rappresentanza delle quattordici aree disciplinari di cui al decreto del Ministro dell’università e della ricerca 2 maggio 2024, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 107 del 9 maggio 2024».
L’ATTUALE CUN
Invece nella Legge 18 del 2006, che ha normato l’attuale CUN, è previsto che vi siano rappresentanti dei «professori e ricercatori eletti in rappresentanza di aree di settori scientifico-disciplinari determinate, in numero non superiore a quattordici, con decreto del Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca» (art.1, comma 1, lettera a).
Quindi il Ministro di allora avrebbe potuto decidere un numero di aree da 2 a 14.
In sostanza la Legge tuttora in vigore delegava al Ministro la possibilità di realizzare o un CUN delle «corporazioni e sottocorporazioni accademiche» (14 aree), con elettorati separati per fasce, o un CUN utile all’intera Comunità universitaria (5-6 aree), con elettorati attivi e passivi comuni (nota).
Insomma, con la ‘nuova’ riforma del CUN l’accademia che conta si è principalmente preoccupata di mantenere ad ogni costo il consolidato equilibro raggiunto in questi anni tra i vari ‘gruppi’ accademici, anche a costo di impedire la costituzione di un Organo nazionale di autogoverno del Sistema universitario: per questo la ‘nuova’ Legge sul CUN non deve consentire di modificare – anche solo di una virgola – l’attuale assetto di potere, per evitare l’insorgere di possibili conflitti tra i vari settori accademici.
Nota. L’ANDU, in sintonia con altre Organizzazioni universitarie, chiese al Ministro di allora di «ridurre le attuali 14 aree a 5-6 grandi aree di equivalente consistenza che esprimano rappresentanti dei docenti con elettorati attivi e passivi comuni alle tre fasce». Niente da fare: nei ‘piani alti’ si era già irrevocabilmente deciso che le aree dovevano essere 14 e 14 sono state.
L’ANDU denunciò già allora che con questo CUN si sarebbe privato «per sempre il sistema nazionale delle Università di un Organismo di rappresentanza
democratica.», aggiungendo che «la controriforma del CUN è un tassello non secondario del più generale attacco ad un’Università autonoma e democratica.» (v. nel documento Chi deve rappresentare il sistema nazionale delle università? La CRUI, naturalmente!).
E già nel febbraio 1997 TUTTE le Organizzazioni universitarie di allora avevano denunciato «la tendenza negativa ad indebolire l’autonomia del sistema universitario nazionale nel suo complesso. In questa direzione, infatti, vengono ridotti compiti e funzioni del CUN, anche rispetto alle previsioni lungamente disattese della legge 341/90, trasformandolo da organo rappresentativo di tutto il sistema universitario e delle forze sociali in organismo marginale con funzione di mera consulenza, con una presenza dei docenti frastagliata in troppe e squilibrate aree scientifico disciplinari» (v. Università Democratica, gennaio-febbraio 1997, n. 145-46, pag. 1).
3. Un invito e una proposta a tutta la Comunità universitaria
L’aumento dei rappresentanti delle categorie ‘non accademiche’, richiesto anche dall’ANDU, rappresenta certamente un risultato positivo ma non modifica i poteri e il ruolo del CUN: questo organismo rimane sostanzialmente una somma di orticelli accademici, la cui irrilevanza politica in tutti questi anni è stata pubblicamente denunciata solo dall’ANDU.
SI INVITA
tutta la Comunità universitaria a unirsi attorno a una Piattaforma complessiva e dettagliata per riformare l’intera Università, e a battersi anche per un indispensabile nuovo Organismo nazionale che sia veramente rappresentativo di tutto il Sistema universitario; un Organismo che difenda l’autonomia universitaria – che va ancora conquistata – da chi, dall’interno e da fuori, vuole finire di distruggere l’Università statale.
Per raggiungere questo obiettivo – che deve portare a garantire la libertà di ricerca e di insegnamento per tutti – vanno abbandonati ogni interesse categoriale o sub-categoriale, ogni logica di appartenenza ‘politica’ e ogni subalternità accademica.
Senza questo forte e lucido impegno unitario da parte di tutte le componenti universitarie, qualsiasi nuovo Parlamento (e qualsiasi nuovo Governo) continuerà a ‘registrare’ quanto dettato da coloro che hanno soffocato e stanno soffocando l’Università statale.
In questa direzione l’ANDU ha da anni elaborato e proposto un Progetto per rifondare l’Università tutta, veramente e totalmente alternativo a quello ministeriale, come riconosciuto dallo stesso Marco Mancini, Segretario Generale del MUR (nota).
Nota. In uno degli incontri con l’ANDU, Marco Mancini, riferendosi proprio al documento Un progetto per rifondare l’Università tutta, ha preliminarmente voluto evidenziare che il Ministero, a cominciare da lui stesso, ha oggettivamente una idea e un modello di università diversi da quelli dell’ANDU e, conseguentemente, diverse sono in generale le soluzioni relative alle varie questioni (dal documento Sul secondo incontro dell’ANDU con Mancini, segretario generale del MUR).

A maggior ragione dopo aver letto l’articolo, mi sento sempre più pessimista sul futuro immediato dell’Università pubblica italiana. Per fortuna sto per andare in pensione, e mi sarà risparmiato di essere coinvolto mio malgrado in ulteriori obbrobri. Negli ultimi decenni abbiamo assistito a riforme quasi sempre distruttive e peggiorative, a cominciare da quella Berlinguer-Martinotti e finendo con quella Gelmini. È chiaro a tutti che per quanto la maggior parte degli accademici sia o si proclami di sinistra, spesso anche estrema, il corpo accademico è disposto a ingoiare qualunque rospo, da qualunque parte politica provenga. Prima il 3 +2, che ha smontato un meccanismo formativo che il mondo ci invidiava, a vantaggio di un pasticcio che non raggiunge nessuno degli obiettivi dichiarati. Salvo eccezioni, la maggior parte delle lauree triennali non è in grado di garantire ;la “solida preparazione di base” di cui Berlinguer fantasticava, La cesura formativa tra triennali e magistrali c’era e c’è più che mai, e sono ben pochi gli studenti che non perdono un anno tra i due livelli. Abbiamo oggi laureati il cui bagaglio culturale è mediamente di molto inferiore a laureati del vecchio sistema delle lauree quinquennali. La riforma Gelmini ha aggravato notevolmente il danno spingendo gli atenei verso un sistema di tipo bonapartista e plebiscitario, che ha raggiunto l’apice durante il covid con l’imperversare delle riunioni telematiche in cui i consiglieri di dipartimento, di corso di laurea o di facoltà (laddove queste ultime sono sopravvissute sotto mentite spoglie alla loro incomprensibile abolizione) sono chiamati a ratificare decisioni già prese in pini più alti. Per non parlare dei frequenti e scandalosi interventi peggiorativi sul versante delle nostre retribuzioni (tanto per citarne alcuni, Mussi col taglio degli scatti stipendiali, Gelmini con gli scatti triennalizzati, Renzi con la ben nota diatriba e successiva beffa nella querelle TFR vs. TFS). Incidentalmente, ricordo le grandi mobilitazioni contro la riforma “di destra” a firma Gelmini (mobilitazione che si risolse in un inutile fuoco di paglia) in confronto all’imbarazzato silenzio di gran parte del mondo accademico verso gli interventi “di sinistra”. Ma mettendo da parte questa mia licenza polemica, resta la triste conclusione: i vari governi formalmente, ma sostanzialmente l’alta burocrazia ministeriale e i soliti inarrivabili Beati Paoli che continuano a essere i veri decisori accademici, fanno quel che gli pare senza che noi accademici ‘normali’ abbiamo il benché minimo potere di incidere. E sinché molti, moltissimi accademici continueranno ad accettare per convenienza o per semplice quieto vivere di essere ‘clientes’ di ben individuabili ‘patroni’, nulla potrà cambiare.
UNA PRECISAZIONE ‘STORICA’ SUI BEATI PAOLI
Per correttezza ‘storica’ va precisato che, nella leggenda, i Beati Paoli erano una setta segreta di giustizieri che difendevano i poveri contro i soprusi dei nobili nella Palermo del Settecento, resi celebri dal romanzo di Luigi Natoli. Invece i Beati Paoli dell’Università non sono segreti e non difendono i poveri.
Avete perfettamente ragione. Il mio è stato un piccolo artificio retorico, nel quale ho utilizzato come ‘fantoccio polemico’ un nome immaginifico, per sostituire definizioni poco lusinghiere con una molto più ‘neutra’…