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	<title>Commenti a: Messina</title>
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	<description>Associazione Nazionale Docenti Universitari</description>
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		<title>Di: Renato Migliorato</title>
		<link>http://www.andu-universita.it/2010/01/17/a-messina/comment-page-1/#comment-161</link>
		<dc:creator>Renato Migliorato</dc:creator>
		<pubDate>Wed, 27 Jan 2010 14:23:16 +0000</pubDate>
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		<description>PERCHE&#039; PENSIONARE PRIMA?
di Renato Migliorato dell&#039;Università di Messina

Com&#039;è ben noto, e tacitamente scontato nelle conversazioni private, la carriera universitaria dipende per un terzo (poco più o poco meno) dall&#039;effetivo merito scientifico, per un terzo dalla fortuna e per il rimanente terzo dalla capacità propria e dei propri protettori di tessere rapporti nel mondo accademico locale, nazionale e internazionale. Deriva da qui il fallimento dell&#039;Università? Non credo, ma fate voi...
E veniamo dunque al servizio oltre i 70 anni: Lasciare solo i più &quot;meritevoli&quot; come nella tradizione anglosassone? Andrei cauto con il portare in Italia le tradizioni anglosassoni. Siamo certi che qui si riesca davvero a distinguere il valore dal potere? 
Ma quello che non riesco a comprendere è il motivo per cui il permanere in servizio oltre l&#039;età pensionabile debba essere antieconomico. Lo sarebbe certamente se a chi cessa il servizio non si dovesse pagare un&#039;adeguata pensione. Non c&#039;è alcun dubbio che la produttività e l&#039;ideazione creativa di un anziano è molto ridotta rspetto a quella di un giovane (anche se spesso può mettere a frutto una memoria storica e una visione più ampia). Ma non capisco perchè pagarlo a vuoto sia poi così conveniente. O forse la logica del 2+2=4 non è valida in questo genere di cose? Certo a pagare la pensione non è direttamente l&#039;amministrazione universitaria. Ma se invece guardassimo dal punto di vista del sistema paese? Ammesso che questo sia davvero interesato ad investire nella cultura! Da qui si vede la miseria di certa politica e la ristrettezza delle visioni limitate ai piccoli orticelli domestici.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>PERCHE&#8217; PENSIONARE PRIMA?<br />
di Renato Migliorato dell&#8217;Università di Messina</p>
<p>Com&#8217;è ben noto, e tacitamente scontato nelle conversazioni private, la carriera universitaria dipende per un terzo (poco più o poco meno) dall&#8217;effetivo merito scientifico, per un terzo dalla fortuna e per il rimanente terzo dalla capacità propria e dei propri protettori di tessere rapporti nel mondo accademico locale, nazionale e internazionale. Deriva da qui il fallimento dell&#8217;Università? Non credo, ma fate voi&#8230;<br />
E veniamo dunque al servizio oltre i 70 anni: Lasciare solo i più &#8220;meritevoli&#8221; come nella tradizione anglosassone? Andrei cauto con il portare in Italia le tradizioni anglosassoni. Siamo certi che qui si riesca davvero a distinguere il valore dal potere?<br />
Ma quello che non riesco a comprendere è il motivo per cui il permanere in servizio oltre l&#8217;età pensionabile debba essere antieconomico. Lo sarebbe certamente se a chi cessa il servizio non si dovesse pagare un&#8217;adeguata pensione. Non c&#8217;è alcun dubbio che la produttività e l&#8217;ideazione creativa di un anziano è molto ridotta rspetto a quella di un giovane (anche se spesso può mettere a frutto una memoria storica e una visione più ampia). Ma non capisco perchè pagarlo a vuoto sia poi così conveniente. O forse la logica del 2+2=4 non è valida in questo genere di cose? Certo a pagare la pensione non è direttamente l&#8217;amministrazione universitaria. Ma se invece guardassimo dal punto di vista del sistema paese? Ammesso che questo sia davvero interesato ad investire nella cultura! Da qui si vede la miseria di certa politica e la ristrettezza delle visioni limitate ai piccoli orticelli domestici.</p>
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	</item>
	<item>
		<title>Di: caimmi roberto</title>
		<link>http://www.andu-universita.it/2010/01/17/a-messina/comment-page-1/#comment-156</link>
		<dc:creator>caimmi roberto</dc:creator>
		<pubDate>Wed, 27 Jan 2010 06:46:34 +0000</pubDate>
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		<description>ROTTAMAZIONE, FALLIMENTO DELL&#039;UNIVERSITA&#039;
di Roberto Caimmi dell&#039;Università di Padova

Il fallimento dell&#039;Universita&#039; non e&#039; da intendersi alla stregua del passivo di un&#039;azienda dove al primo posto stanno gli interessi dei padroni, bensi&#039; alla stregua della venuta meno di quei valori che nel corso dei secoli ne sono stati la linfa vitale.
In quest&#039;ultima accezione, il fallimento dell&#039;Universita&#039; e&#039; tutto in quei suoi stessi figli, i quali buttano fango sui loro fratelli &quot;che arrivano ancora tali dopo 40 anni&quot; per non aver mai rinnegato i suddetti valori, seguendo la via della Conoscenza. 
Gli ultimi saranno i primi, e i primi saranno gli ultimi.
(Il Ministro non si rallegri: Nostro Signore non si riferiva alla statura, ne&#039; tantomeno al quoziente d&#039;intelligenza...).</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>ROTTAMAZIONE, FALLIMENTO DELL&#8217;UNIVERSITA&#8217;<br />
di Roberto Caimmi dell&#8217;Università di Padova</p>
<p>Il fallimento dell&#8217;Universita&#8217; non e&#8217; da intendersi alla stregua del passivo di un&#8217;azienda dove al primo posto stanno gli interessi dei padroni, bensi&#8217; alla stregua della venuta meno di quei valori che nel corso dei secoli ne sono stati la linfa vitale.<br />
In quest&#8217;ultima accezione, il fallimento dell&#8217;Universita&#8217; e&#8217; tutto in quei suoi stessi figli, i quali buttano fango sui loro fratelli &#8220;che arrivano ancora tali dopo 40 anni&#8221; per non aver mai rinnegato i suddetti valori, seguendo la via della Conoscenza.<br />
Gli ultimi saranno i primi, e i primi saranno gli ultimi.<br />
(Il Ministro non si rallegri: Nostro Signore non si riferiva alla statura, ne&#8217; tantomeno al quoziente d&#8217;intelligenza&#8230;).</p>
]]></content:encoded>
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	<item>
		<title>Di: Teresa Ciapparoni La Rocca</title>
		<link>http://www.andu-universita.it/2010/01/17/a-messina/comment-page-1/#comment-149</link>
		<dc:creator>Teresa Ciapparoni La Rocca</dc:creator>
		<pubDate>Thu, 21 Jan 2010 23:31:50 +0000</pubDate>
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		<description>TUTTI IN PENSIONE A 62 ANNI ... IN GIAPPONE
di Teresa Ciapparoni La Rocca dell&#039;Università di Roma &quot;La Sapienza&quot;

Giusto una testimonianza (anni 68, in pensione da novembre). In Giappone si va (non esistono precari della professoralita&#039; ma solo ordinari o associati) in pensione a 62 anni. Poi, i capaci e famosi vengono presi a contratto da altre universita&#039;, sia minori che famose, gli altri si trovano un qualche lavoro sino a quando, due o tre anni dopo, riceveranno la pensione.
In bocca ai lupi (e&#039; dimostrato che ne esistono diversi..)

Teresa Ciapparoni La Rocca
Lingua, letteratura, cultura del Giappone</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>TUTTI IN PENSIONE A 62 ANNI &#8230; IN GIAPPONE<br />
di Teresa Ciapparoni La Rocca dell&#8217;Università di Roma &#8220;La Sapienza&#8221;</p>
<p>Giusto una testimonianza (anni 68, in pensione da novembre). In Giappone si va (non esistono precari della professoralita&#8217; ma solo ordinari o associati) in pensione a 62 anni. Poi, i capaci e famosi vengono presi a contratto da altre universita&#8217;, sia minori che famose, gli altri si trovano un qualche lavoro sino a quando, due o tre anni dopo, riceveranno la pensione.<br />
In bocca ai lupi (e&#8217; dimostrato che ne esistono diversi..)</p>
<p>Teresa Ciapparoni La Rocca<br />
Lingua, letteratura, cultura del Giappone</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Di: Mauro Degli Esposti</title>
		<link>http://www.andu-universita.it/2010/01/17/a-messina/comment-page-1/#comment-148</link>
		<dc:creator>Mauro Degli Esposti</dc:creator>
		<pubDate>Thu, 21 Jan 2010 21:21:25 +0000</pubDate>
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		<description>TUTTI IN PENSIONE A 65 ANNI
di Mauro Degli Esposti

Sono completamente d&#039;accordo con il collega Graziano di Catania. Omogeneizzare il trattmanto di quiescenza a tutto il personale docente italiano a 65 anni con opzione di rimanere a fare riecerca o didattica previa accurata valutazione.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>TUTTI IN PENSIONE A 65 ANNI<br />
di Mauro Degli Esposti</p>
<p>Sono completamente d&#8217;accordo con il collega Graziano di Catania. Omogeneizzare il trattmanto di quiescenza a tutto il personale docente italiano a 65 anni con opzione di rimanere a fare riecerca o didattica previa accurata valutazione.</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Di: Giancarla Oteri</title>
		<link>http://www.andu-universita.it/2010/01/17/a-messina/comment-page-1/#comment-146</link>
		<dc:creator>Giancarla Oteri</dc:creator>
		<pubDate>Thu, 21 Jan 2010 15:09:57 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://www.andu-universita.it/?p=810#comment-146</guid>
		<description>IL DESERTO SARA&#039; LA LORO STESSA CASA
di Giancarla Oteri dell&#039;Università di Messina

Quanti sono i professori, compresi gli ordinari attuali, che sono divenuti 
associati per titolo ed esami e quanti quelli divenuti tali &quot;ope legis&quot;, a 
discapito di tutti quei ricercatori che non avendo i &quot;mezzi&quot; per risultare 
idonei per la stessa LEGGE si sono viste respinte le richieste? Ma per non 
voler fare una guerra tra poveri vorrei ricordare a tutti coloro che sono 
assetati di un potere sconfinato e reggono le sorti di chi non essendo 
nell&#039;ottica di abusare del potere non ne sono automaticamente degni che il 
deserto che verrà lasciato sarà la loro stessa casa. Assisto da anni ad un 
degrado che ancor prima di partire dalla demotivazione di chi non è stato 
mai incentivato parte da chi teme la competizione ed abbassa il livello 
della stessa perchè tanti rientrino sotto quell&#039;ombrello di bassa 
competitività.
Oggi i Cristi crocifissi giorno per giorno siamo noi ma domani, per logica, 
lo saranno tutti!
Gli amici, il potere troveranno sulla loro strada ciò che avranno seminato 
e, se pure talvolta tra coloro che beneficiano del nepotismo vi sia qualcuno 
di qualità, la preparazione attuale di molti giovani è talmente scadente (vedi in ciò una classe dirigente inadeguata) che guai a chi avrà bisogno!
 Creare pochi poli di eccellenza, se anche si potrà, significherà, nel 
nostro campo, SALUTE PER POCHI!
Per quel che mi riguarda rimango al mio posto per mero desiderio di 
adempiere alla mia missione di medico, di ricercatore scientifico ed umano e 
mi nutro delle parole che tanti pazienti mi hanno rivolto durante tutto il 
tempo del mio &quot;servizio&quot;: &quot;Prima DIO e poi lei&quot;.
Auguro a tutti di poter riposare la notte confortato dalle stesse parole.
</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>IL DESERTO SARA&#8217; LA LORO STESSA CASA<br />
di Giancarla Oteri dell&#8217;Università di Messina</p>
<p>Quanti sono i professori, compresi gli ordinari attuali, che sono divenuti<br />
associati per titolo ed esami e quanti quelli divenuti tali &#8220;ope legis&#8221;, a<br />
discapito di tutti quei ricercatori che non avendo i &#8220;mezzi&#8221; per risultare<br />
idonei per la stessa LEGGE si sono viste respinte le richieste? Ma per non<br />
voler fare una guerra tra poveri vorrei ricordare a tutti coloro che sono<br />
assetati di un potere sconfinato e reggono le sorti di chi non essendo<br />
nell&#8217;ottica di abusare del potere non ne sono automaticamente degni che il<br />
deserto che verrà lasciato sarà la loro stessa casa. Assisto da anni ad un<br />
degrado che ancor prima di partire dalla demotivazione di chi non è stato<br />
mai incentivato parte da chi teme la competizione ed abbassa il livello<br />
della stessa perchè tanti rientrino sotto quell&#8217;ombrello di bassa<br />
competitività.<br />
Oggi i Cristi crocifissi giorno per giorno siamo noi ma domani, per logica,<br />
lo saranno tutti!<br />
Gli amici, il potere troveranno sulla loro strada ciò che avranno seminato<br />
e, se pure talvolta tra coloro che beneficiano del nepotismo vi sia qualcuno<br />
di qualità, la preparazione attuale di molti giovani è talmente scadente (vedi in ciò una classe dirigente inadeguata) che guai a chi avrà bisogno!<br />
 Creare pochi poli di eccellenza, se anche si potrà, significherà, nel<br />
nostro campo, SALUTE PER POCHI!<br />
Per quel che mi riguarda rimango al mio posto per mero desiderio di<br />
adempiere alla mia missione di medico, di ricercatore scientifico ed umano e<br />
mi nutro delle parole che tanti pazienti mi hanno rivolto durante tutto il<br />
tempo del mio &#8220;servizio&#8221;: &#8220;Prima DIO e poi lei&#8221;.<br />
Auguro a tutti di poter riposare la notte confortato dalle stesse parole.</p>
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	<item>
		<title>Di: Università di Firenze</title>
		<link>http://www.andu-universita.it/2010/01/17/a-messina/comment-page-1/#comment-131</link>
		<dc:creator>Università di Firenze</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 19 Jan 2010 22:21:24 +0000</pubDate>
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		<description>ABOLIRE GLI ORDINARI
di Gabriele Ciampi dell&#039;Università di Firenze

Lo status sociale ed economico che l&#039;ordinamento universitario conferisce alla fascia dei professori ordinari è oggi giustificato quanto lo era 100 anni fa, quando metà della popolazione italiana era  analfabeta ?
Certamente, rispetto ad allora, o anche solo a 40 anni fa, l&#039;istruzione è oggi complessivamente più diffusa e i centri di ricerca, i  luoghi di produzione e di diffusione dalla cultura culta sono più  numerosi. Persone e personale intellettuale di un livello paragonabile a quello dei professori ordinari, si trovano oggi anche in ambiti esterni all&#039;Università, con una frequenza ben superiore a quella di pochi anni fa.
In altre parole, la distanza tra la mediana del livello di preparazione intellettuale e
gli estremi dell&#039;universo culturale italiano odierno, è  fortemente ridotta rispetto al passato. Ovverosia: l&#039;eccellenza non è  più eccezionale.
Per questi motivi, mal si giustifica la perdurante attribuzione di un così elevato status sociale e trattamento economico al gruppo di lavoratori intellettuali inquadrato nella prima fascia di docenti.
Inoltre, tale fascia di personale universitario svolge di fatto in misura prevalente varie attività di carattere amministrativo, manageriale, editoriale, per le quali non ha in genere preparazione e non dovrebbe avere neppure attitudine, né gradimento.
L&#039;attività scientifica in primis e didattica in secundis - che di tale categoria  professionale sono l&#039;unica ragion d&#039;essere - ne soffrono inevitabilmente. L&#039;età fa il resto.
La ricerca scientifica è probabilmente l&#039;attività più faticosa che la mente umana possa svolgere. E&#039; facile che, con l&#039;alibi dei pressanti  impegni organizzativi, la coscienza di molti ordinari plachi gli  eventuali sensi di colpa per la propria fuga dalla ricerca. Nell&#039;ambito di quest&#039;ultima essi tendono a svolgere per lo più compiti c.d. organizzativi, peraltro inopinatamente inclusi dalla legge nei compiti e nei meriti che possono essere loro riconosciuti: in pratica essi si impegnano per lo più spesso in lotte per il reperimento di risorse finanziarie. Ma, per via di questo, inevitabilmente ne viene impoverita anche la qualità della didattica universitaria, la quale dovrebbe consistere proprio nel travaso diretto del fior fiore dell&#039;espeirenza personale di ricerca nell&#039;aula degli studenti - in ciò distinguendosi dalla didattica scolastica, che dovrebbe utilizzare contenuti maggiormente sedimentati.
Ergo, il grado massimo raggiungibile nella gerarchia universitaria dovrebbe, corrispondere a quello degli attuali associati, magari pagati  nella misura in cui lo sono oggi i ricercatori. Questi ultimi dovrebbero essere a  tempo determinato, come erano un tempo gli assistenti (almeno 10  anni), con la garanzia di un posto di lavoro
alternativo in caso di  mancata vincita di un concorso a professore; e magari uno stipendio non  superiore a quello dell&#039;insegnante di ruolo della scuola secondaria  superiore.
Forse così si attenuerebbe, nel personale universitario, quella presunzione di potenza e impunità che molti degli attuali ordinari ludicamente esprimono durante le manovre della loro gioiosa macchina da guerra, che rende possibile, non solo la fuga dalla fatica
della ricerca,  ma sovente anche il sabotaggio delle ricerche altrui.
Senza gli ordinari, l&#039;Università costerebbe meno, maggiore sarebbe il numero di ricercatori che essa potrebbe far lavorare e maggiori investimenti potrebbero essere dirottati su chi la ricerca non si limita a organizzarla, ma la fa tutti i giorni, tutta la vita. Gabriele Ciampi
Ricercatore dell&#039;Università di Firenze</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>ABOLIRE GLI ORDINARI<br />
di Gabriele Ciampi dell&#8217;Università di Firenze</p>
<p>Lo status sociale ed economico che l&#8217;ordinamento universitario conferisce alla fascia dei professori ordinari è oggi giustificato quanto lo era 100 anni fa, quando metà della popolazione italiana era  analfabeta ?<br />
Certamente, rispetto ad allora, o anche solo a 40 anni fa, l&#8217;istruzione è oggi complessivamente più diffusa e i centri di ricerca, i  luoghi di produzione e di diffusione dalla cultura culta sono più  numerosi. Persone e personale intellettuale di un livello paragonabile a quello dei professori ordinari, si trovano oggi anche in ambiti esterni all&#8217;Università, con una frequenza ben superiore a quella di pochi anni fa.<br />
In altre parole, la distanza tra la mediana del livello di preparazione intellettuale e<br />
gli estremi dell&#8217;universo culturale italiano odierno, è  fortemente ridotta rispetto al passato. Ovverosia: l&#8217;eccellenza non è  più eccezionale.<br />
Per questi motivi, mal si giustifica la perdurante attribuzione di un così elevato status sociale e trattamento economico al gruppo di lavoratori intellettuali inquadrato nella prima fascia di docenti.<br />
Inoltre, tale fascia di personale universitario svolge di fatto in misura prevalente varie attività di carattere amministrativo, manageriale, editoriale, per le quali non ha in genere preparazione e non dovrebbe avere neppure attitudine, né gradimento.<br />
L&#8217;attività scientifica in primis e didattica in secundis &#8211; che di tale categoria  professionale sono l&#8217;unica ragion d&#8217;essere &#8211; ne soffrono inevitabilmente. L&#8217;età fa il resto.<br />
La ricerca scientifica è probabilmente l&#8217;attività più faticosa che la mente umana possa svolgere. E&#8217; facile che, con l&#8217;alibi dei pressanti  impegni organizzativi, la coscienza di molti ordinari plachi gli  eventuali sensi di colpa per la propria fuga dalla ricerca. Nell&#8217;ambito di quest&#8217;ultima essi tendono a svolgere per lo più compiti c.d. organizzativi, peraltro inopinatamente inclusi dalla legge nei compiti e nei meriti che possono essere loro riconosciuti: in pratica essi si impegnano per lo più spesso in lotte per il reperimento di risorse finanziarie. Ma, per via di questo, inevitabilmente ne viene impoverita anche la qualità della didattica universitaria, la quale dovrebbe consistere proprio nel travaso diretto del fior fiore dell&#8217;espeirenza personale di ricerca nell&#8217;aula degli studenti &#8211; in ciò distinguendosi dalla didattica scolastica, che dovrebbe utilizzare contenuti maggiormente sedimentati.<br />
Ergo, il grado massimo raggiungibile nella gerarchia universitaria dovrebbe, corrispondere a quello degli attuali associati, magari pagati  nella misura in cui lo sono oggi i ricercatori. Questi ultimi dovrebbero essere a  tempo determinato, come erano un tempo gli assistenti (almeno 10  anni), con la garanzia di un posto di lavoro<br />
alternativo in caso di  mancata vincita di un concorso a professore; e magari uno stipendio non  superiore a quello dell&#8217;insegnante di ruolo della scuola secondaria  superiore.<br />
Forse così si attenuerebbe, nel personale universitario, quella presunzione di potenza e impunità che molti degli attuali ordinari ludicamente esprimono durante le manovre della loro gioiosa macchina da guerra, che rende possibile, non solo la fuga dalla fatica<br />
della ricerca,  ma sovente anche il sabotaggio delle ricerche altrui.<br />
Senza gli ordinari, l&#8217;Università costerebbe meno, maggiore sarebbe il numero di ricercatori che essa potrebbe far lavorare e maggiori investimenti potrebbero essere dirottati su chi la ricerca non si limita a organizzarla, ma la fa tutti i giorni, tutta la vita. Gabriele Ciampi<br />
Ricercatore dell&#8217;Università di Firenze</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Di: Graziano</title>
		<link>http://www.andu-universita.it/2010/01/17/a-messina/comment-page-1/#comment-127</link>
		<dc:creator>Graziano</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 19 Jan 2010 09:15:38 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://www.andu-universita.it/?p=810#comment-127</guid>
		<description>TUTTI I DOCENTI IN PENSIONE 65 ANNI
di Antonino Graziano dell&#039;Università di Catania

all&#039;articolo 5, comma 3, del provvedimento in esame
 In riferimento al comma 11 dell&#039;articolo 72 del decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112, convertito, con modificazioni, dalla legge 6 agosto 2008, n. 133 - che la facoltà per le amministrazioni pubbliche, in caso di compimento dell&#039;anzianità massima contributiva di 40 anni del personale dipendente, di risolvere, fermo restando quanto previsto dalla disciplina vigente in materia di decorrenze dei trattamenti pensionistici, il rapporto di lavoro con un preavviso di sei mesi, non si applichi, oltre che ai magistrati e ai professori universitari, anche ai dirigenti delle aziende sanitarie locali; 
tale ulteriore deroga introdotta per la classe docente italiana che è anche la più vecchia d&#039;Europa: come riportato nel rapporto del Ministero dell&#039;istruzione, dell&#039;università e della ricerca, il 55 per cento dei docenti di ruolo supera i 50 anni con una distribuzione dell&#039;età diversa fra le tre fasce. Gli ultra-cinquantenni costituiscono l&#039;82 per cento degli ordinari, il 55 per cento degli associati e il 31 per cento dei ricercatori. Se poi si osserva la fascia d&#039;età degli ordinari, si rileva che il 45 per cento ha più di 60 anni e che addirittura il 24 per cento ne ha oltre 65. Nel panorama internazionale, ed europeo in particolare, l&#039;Italia è tra i paesi con la quota più alta di docenti ultra-cinquantenni; 
              le cause dell&#039;elevata età media dei docenti sono essenzialmente due: 
  i tempi troppo lunghi per l&#039;immissione in ruolo dei ricercatori, che avviene secondo percorsi non definiti; 
   una normativa troppo generosa sull&#039;età pensionabile dei professori ordinari; 
              il primo aspetto è stato affrontato dal decreto legge n. 180 del 2008 che fissa al 60 per cento la quota di immissione dei ricercatori; il secondo aspetto richiederebbe un intervento mirato di riduzione dell&#039;età pensionabile; 
              in Italia, i lavoratori vanno in pensione a 65 anni, mentre i professori universitari lo fanno molto più tardi: la legge n. 498 del 1950 introduce la collocazione fuori ruolo a 70 anni e la pensione definitiva a 75. Il limite viene mantenuto fino alla legge n. 382 del 1980 che abbassa l&#039;età di collocamento fuori ruolo a 65 anni e quella della pensione a 70. Un cambiamento superato con la legge n. 230 del 1990 che ripristina la normativa precedente, definendo opzionale il collocamento fuori ruolo a 65 anni. Come se ciò non bastasse, con il decreto legge n. 503 del 1992 si permette ai docenti di rimanere in servizio per un ulteriore biennio oltre il limite di età, innalzando quindi l&#039;età di permanenza in ruolo sino a 72 anni. A questa opzione favorevole si è aggiunta la possibilità di ottenere il fuori ruolo per tre anni in modo automatico; 
              molti docenti immessi in ruolo negli anni Ottanta godono di questo privilegio, che tuttavia dopo la riforma dell&#039;allora ministro Mussi (articolo 2 della legge finanziaria 2008) è in progressiva abolizione; 
              infine, la «riforma Moratti», legge n. 203 del 2005, ha abolito la permanenza fuori ruolo e fissa a 70 anni l&#039;età della pensione, ma questo solo per i nuovi assunti; 
              nei decenni passati, l&#039;idea del pensionamento in tarda età per i professori universitari era in linea di principio condivisibile poiché riconosceva ai pochi professori, provenienti da un duro percorso di selezione, un valore intellettuale e professionale tale da rendere vantaggioso per il sistema universitario una vita lavorativa prolungata; 
              i cambiamenti legislativi che hanno aumentato il numero degli ordinari e svuotato il processo di selezione con le sanatorie e le idoneità multiple ha però di fatto reso controproducente e costoso per il sistema una vita lavorativa protratta fino a 72 anni e più; 
              nell&#039;enorme massa dei circa 20 mila ordinari che popolano le facoltà italiane sono difatti ben pochi quelli in grado di rimanere attivi nella ricerca e nella didattica fino a tarda età. I sette anni aggiuntivi rispetto agli anni di fine carriera costano al proprio ateneo circa 120 mila euro all&#039;anno, che per sette anni diventano 840 mila. Con questa cifra si potrebbero pagare 28 ricercatori per un anno o, se si preferisce, un ricercatore per 28 anni; 
              lo svecchiamento del sistema universitario e l&#039;aumento dei giovani ricercatori, necessari per rimettere in moto l&#039;università italiana, passano anche attraverso una revisione dell&#039;età pensionabile che andrebbe riportata a 65 anni per i docenti oggi in servizio; 
              è altresì vero che nella massa dei 20 mila ordinari ci sono personalità di grande spessore scientifico e culturale, i quali costituiscono un patrimonio importante per la trasmissione del sapere. Ispirandosi al sistema anglosassone, per loro andrebbe prevista la costituzione della figura del «professore emerito». Un titolo da conferire unicamente ai professori meritevoli e di chiara fama che dopo il raggiungimento dell&#039;età pensionabile desiderano continuare l&#039;attività di insegnamento e di ricerca. Per evitare i soliti automatismi dell&#039;università italiana, il titolo andrebbe riconosciuto solo su richiesta motivata e attribuito solo per alti meriti scientifici .
</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>TUTTI I DOCENTI IN PENSIONE 65 ANNI<br />
di Antonino Graziano dell&#8217;Università di Catania</p>
<p>all&#8217;articolo 5, comma 3, del provvedimento in esame<br />
 In riferimento al comma 11 dell&#8217;articolo 72 del decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112, convertito, con modificazioni, dalla legge 6 agosto 2008, n. 133 &#8211; che la facoltà per le amministrazioni pubbliche, in caso di compimento dell&#8217;anzianità massima contributiva di 40 anni del personale dipendente, di risolvere, fermo restando quanto previsto dalla disciplina vigente in materia di decorrenze dei trattamenti pensionistici, il rapporto di lavoro con un preavviso di sei mesi, non si applichi, oltre che ai magistrati e ai professori universitari, anche ai dirigenti delle aziende sanitarie locali;<br />
tale ulteriore deroga introdotta per la classe docente italiana che è anche la più vecchia d&#8217;Europa: come riportato nel rapporto del Ministero dell&#8217;istruzione, dell&#8217;università e della ricerca, il 55 per cento dei docenti di ruolo supera i 50 anni con una distribuzione dell&#8217;età diversa fra le tre fasce. Gli ultra-cinquantenni costituiscono l&#8217;82 per cento degli ordinari, il 55 per cento degli associati e il 31 per cento dei ricercatori. Se poi si osserva la fascia d&#8217;età degli ordinari, si rileva che il 45 per cento ha più di 60 anni e che addirittura il 24 per cento ne ha oltre 65. Nel panorama internazionale, ed europeo in particolare, l&#8217;Italia è tra i paesi con la quota più alta di docenti ultra-cinquantenni;<br />
              le cause dell&#8217;elevata età media dei docenti sono essenzialmente due:<br />
  i tempi troppo lunghi per l&#8217;immissione in ruolo dei ricercatori, che avviene secondo percorsi non definiti;<br />
   una normativa troppo generosa sull&#8217;età pensionabile dei professori ordinari;<br />
              il primo aspetto è stato affrontato dal decreto legge n. 180 del 2008 che fissa al 60 per cento la quota di immissione dei ricercatori; il secondo aspetto richiederebbe un intervento mirato di riduzione dell&#8217;età pensionabile;<br />
              in Italia, i lavoratori vanno in pensione a 65 anni, mentre i professori universitari lo fanno molto più tardi: la legge n. 498 del 1950 introduce la collocazione fuori ruolo a 70 anni e la pensione definitiva a 75. Il limite viene mantenuto fino alla legge n. 382 del 1980 che abbassa l&#8217;età di collocamento fuori ruolo a 65 anni e quella della pensione a 70. Un cambiamento superato con la legge n. 230 del 1990 che ripristina la normativa precedente, definendo opzionale il collocamento fuori ruolo a 65 anni. Come se ciò non bastasse, con il decreto legge n. 503 del 1992 si permette ai docenti di rimanere in servizio per un ulteriore biennio oltre il limite di età, innalzando quindi l&#8217;età di permanenza in ruolo sino a 72 anni. A questa opzione favorevole si è aggiunta la possibilità di ottenere il fuori ruolo per tre anni in modo automatico;<br />
              molti docenti immessi in ruolo negli anni Ottanta godono di questo privilegio, che tuttavia dopo la riforma dell&#8217;allora ministro Mussi (articolo 2 della legge finanziaria 2008) è in progressiva abolizione;<br />
              infine, la «riforma Moratti», legge n. 203 del 2005, ha abolito la permanenza fuori ruolo e fissa a 70 anni l&#8217;età della pensione, ma questo solo per i nuovi assunti;<br />
              nei decenni passati, l&#8217;idea del pensionamento in tarda età per i professori universitari era in linea di principio condivisibile poiché riconosceva ai pochi professori, provenienti da un duro percorso di selezione, un valore intellettuale e professionale tale da rendere vantaggioso per il sistema universitario una vita lavorativa prolungata;<br />
              i cambiamenti legislativi che hanno aumentato il numero degli ordinari e svuotato il processo di selezione con le sanatorie e le idoneità multiple ha però di fatto reso controproducente e costoso per il sistema una vita lavorativa protratta fino a 72 anni e più;<br />
              nell&#8217;enorme massa dei circa 20 mila ordinari che popolano le facoltà italiane sono difatti ben pochi quelli in grado di rimanere attivi nella ricerca e nella didattica fino a tarda età. I sette anni aggiuntivi rispetto agli anni di fine carriera costano al proprio ateneo circa 120 mila euro all&#8217;anno, che per sette anni diventano 840 mila. Con questa cifra si potrebbero pagare 28 ricercatori per un anno o, se si preferisce, un ricercatore per 28 anni;<br />
              lo svecchiamento del sistema universitario e l&#8217;aumento dei giovani ricercatori, necessari per rimettere in moto l&#8217;università italiana, passano anche attraverso una revisione dell&#8217;età pensionabile che andrebbe riportata a 65 anni per i docenti oggi in servizio;<br />
              è altresì vero che nella massa dei 20 mila ordinari ci sono personalità di grande spessore scientifico e culturale, i quali costituiscono un patrimonio importante per la trasmissione del sapere. Ispirandosi al sistema anglosassone, per loro andrebbe prevista la costituzione della figura del «professore emerito». Un titolo da conferire unicamente ai professori meritevoli e di chiara fama che dopo il raggiungimento dell&#8217;età pensionabile desiderano continuare l&#8217;attività di insegnamento e di ricerca. Per evitare i soliti automatismi dell&#8217;università italiana, il titolo andrebbe riconosciuto solo su richiesta motivata e attribuito solo per alti meriti scientifici .</p>
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	</item>
	<item>
		<title>Di: Enza Lojacono</title>
		<link>http://www.andu-universita.it/2010/01/17/a-messina/comment-page-1/#comment-125</link>
		<dc:creator>Enza Lojacono</dc:creator>
		<pubDate>Mon, 18 Jan 2010 15:15:48 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://www.andu-universita.it/?p=810#comment-125</guid>
		<description>RICERCATORI SENZA &quot;SANTI&quot;
di Vincenza Lojacono dell&#039;Università di Messina

Magari siamo rimasti tali perche non abbiamo &quot;santi&quot; in paradiso!
Perchè non si dà pubblicità alle schede compilate da parte degli studenti, che sono i più appropriati alla valutazione della qualità didattica dei singoli docenti?</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>RICERCATORI SENZA &#8220;SANTI&#8221;<br />
di Vincenza Lojacono dell&#8217;Università di Messina</p>
<p>Magari siamo rimasti tali perche non abbiamo &#8220;santi&#8221; in paradiso!<br />
Perchè non si dà pubblicità alle schede compilate da parte degli studenti, che sono i più appropriati alla valutazione della qualità didattica dei singoli docenti?</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Di: mario ascheri</title>
		<link>http://www.andu-universita.it/2010/01/17/a-messina/comment-page-1/#comment-124</link>
		<dc:creator>mario ascheri</dc:creator>
		<pubDate>Mon, 18 Jan 2010 13:39:21 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://www.andu-universita.it/?p=810#comment-124</guid>
		<description>ANCORA RICERCATORI DOPO 40 ANNI?
di Mario Ascheri dell&#039;Università Roma 3

Il fallimento dell&#039;università è tutto in quei ricercatori che arrivano ancora tali dopo 40 anni... E&#039; questo il punto da sottolineare! il resto sono miserie giuridiche, importanti ma miserie, colleghi miei!
m.a.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>ANCORA RICERCATORI DOPO 40 ANNI?<br />
di Mario Ascheri dell&#8217;Università Roma 3</p>
<p>Il fallimento dell&#8217;università è tutto in quei ricercatori che arrivano ancora tali dopo 40 anni&#8230; E&#8217; questo il punto da sottolineare! il resto sono miserie giuridiche, importanti ma miserie, colleghi miei!<br />
m.a.</p>
]]></content:encoded>
	</item>
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